Spicchi di verità

C’era, ormai parecchi anni fa, questo meraviglioso atleta. Il suo nome era Rasheed, di cognome faceva Wallace. E aveva una macchia bianca sulla testa, che lo rendeva inconfondibile. Nel 2005, dopo una carriera ad altissimi livelli ma mai vincente, va a Detroit. Ad aspettarlo c’è Larry Brown, e il suo “play the right way” non potrebbe avere interprete migliore. Che squadra sono i Pistons? Sono forti, fortissimi ma sottovalutati. In regia Billups, un caterpillar che sa far praticamente tutto e fisicamente sculaccia tutti gli altri playmakers della lega; poi c’è Richard “Rip” Hamilton, che non sta fermo neanche quando beve il caffè, figuriamoci sul parquet; Prince è l’ala piccola, braccia chilometriche, sacrificio e triple pesanti; e poi c’è Big Ben, l’umiltà (e i più che modesti mezzi tecnici) fatta uomo, stesso cognome di Rasheed, una roccia di poco più di due metri che non fa un passo indietro manco di fronte a un treno in corsa. Dalla panchina Lindsey Hunter, Williamson e qualche europeo di peso come Memo Okur. Ah, c’è persino Milicic, seconda scelta assoluta che poi si darà al Wrestling. Rasheed è la tessera che mancava. Arrivano in finale con i Lakers che in estate hanno firmato Payton e Malone e hanno un quintetto pazzesco. Kobe però fa avanti e indietro dal tribunale e Malone si è infortunato nella serie contro Minnesota, mentre Payton è ormai un corpo estraneo. Rimane Shaq, appesantito e ai ferri cortissimi con la franchigia (ma sempre al fianco di coach Jackson). I Pistons, a sorpresa (!) vincono gara 1 allo Staples. Gara 2 è Kobe-show, con la tripla allo scadere che porta la gara ai supplementari e tutti a criticare Larry Brown che non fa commettere fallo: ma che play the right way sarebbe? Ma insomma. Si va a Detroit. È un massacro. Il professor Rasheed e Ben il maniscalco imbrigliano Shaq; Prince abbraccia Kobe – sfinito – e non lo molla più; il postino dell’Alabama zoppica, fa fatica a muoversi, ci mette classe e grinta, ma non basta. I Pistons ribaltano il pronostico, finisce 4 a 1 e tornano a trionfare dopo l’era dei Bad Boys. Sono una versione meno bad ma clamorosamente solida. E Rasheed, come gioca Rasheed…

Cosa voleva comunicare qui l’artista: Rasheed è quella forma d’arte che accade tra un fallo tecnico e un altro. Che è poi un lasso di tempo brevissimo: in carriera ne colleziona 317 (terzo ogni epoca) che generano tra l’altro 29 espulsioni. È un alito di regalità tra una garansheed e un ball don’t lie. La palla, da basketball in questo caso, è l’ultima verità. L’anno successivo tornano in finale contro i big three per antonomasia o quasi. Duncan, Ginobili e Parker dominano a San Antonio. Poi vengono spazzati via nelle due gare successive a Detroit. Li salva uno che la sa lunga, Robert Horry. È tutto pronto per la parata ma Detroit stravince gara 6. Si va a gara 7 e Rasheed, ingiustamente sconfitto, non riesce a centrare il secondo titolo della carriera. Di Ginobili parliamo la prossima volta.